lunedì 22 dicembre 2025

Hamas e i gazawi

 

HAMAS

Wafa al-Biss è una donna di Gaza che per due volte ha ricevuto cure salvavita da Israele, ha ottenuto la sua istruzione grazie a Israele e poi è tornata in Israele per fare una strage nell’ospedale che le aveva salvato la vita. E lo farebbe ancora, senza esitare un attimo, se potesse.

Noi occidentali partiamo dal presupposto errato che TUTTI o quasi) gli esseri umani abbia fondamentalmente gli stessi obiettivi e desideri, magari attraverso processi culturali e sociali differenti. L'errore che i nostri intellettuali, politici e giornalisti commettono sta nel fatto che non accettano che molti regimi islamici non danno alcun valore alla vita o alla prosperità del loro popolo. Ogni accordo con Israele che preveda il rilascio di centinaia e migliaia di jihadisti di Gaza, non sembra tener conto del fatto che una maggioranza dei palestinesi crede fanaticamente di dover cancellare Israele dalla mappa, nel nome dell’unica religione: l’Islam, quindi “per Allah” e moltissimi di loro sono disposti a morire come “martiri” (in lingua gazawi: shahid, martire islamico che accetta di morire uccidendo gli “infedeli” come testimonianza della propria fede).

Questo viene insegnato loro fin dalla più tenera età a scuola, dai media e nelle moschee. Lo stesso Sinwar (leader defunto di Hamas), anni fa, era stato uno dei circa mille abitanti di Gaza scambiati per la liberazione di un singolo ostaggio israeliano, un soldato, Gilad Shalit, proprio come accaduto recentemente per ottenere i corpi degli ultimi ostaggi uccisi da Hamas e, prima, i pochi rimasti vivi: praticamente 2.000 in cambio di circa una quarantina. Ebrei e non. Sempre all’epoca, tra gli altri palestinesi coinvolti nell’accordo, insieme a Sinwar, c’era Wafa, un’aspirante kamikaze che aveva preso di mira proprio l’ospedale israeliano che le aveva salvato la vita.

Wafa, nata Wafa Samir Ibrahim al-Biss nel 1984, era solo una bambina quando si rovesciò addosso una pentola di acqua bollente, rimanendo ustionata in modo gravissimo ovunque sul corpo, tranne che sul viso. Curata all’ospedale Al Shifa di Gaza venne poi portata d’urgenza in Israele, presso l’ospedale Soroka di Beersheva, dove gli israeliani curavano anche persone provenienti da Gaza (COME SARA’ AMMESSO, PIU’ TARDI, DALLA STESSA DONNA).

Dopo essere stata curata per anni in Israele, Wafa tornò a Gaza con uno speciale “pass sanitario” per poter entrare e uscire da Israele, al fine di continuare le sue terapie di supporto, cosa a cui pochissime persone a Gaza potevano ambire. Sapendo ciò durante la Seconda Intifada (inizio/metà anni 2000) venne reclutata per diventare una “martire volontaria”. Una caratteristica tipica di quel conflitto fu il numero particolarmente elevato di bambini e adolescenti palestinesi usati come kamikaze. Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa) le diedero tre possibili obiettivi: un autobus di linea, un caffè in un centro storico o l’ospedale che l’aveva curata. Lei scelse l’ospedale che l’aveva curata e le aveva salvato la vita.

Ecco un altro errore commesso dall'occidente: credere che dare ai gazawi valanghe di aiuti, finanziamenti e magari concessioni territoriali li avrebbe resi grati al mondo, prosperi e disponibili alla convivenza con Israele. Non è così perché i musulmani credono fondamentalmente che sia necessario e OBBLIGATORIO, per loro, spazzare via l’unica nazione ebraica attualmente esistente al mondo.

Wafa quindi si prepara per il compito scelto e arriva al posto di blocco. Esiste il video di lei che arriva al checkpoint per entrare in Israele indossando il suo giubbotto esplosivo ma gli agenti, insospettiti, scoprono che ha una bomba. Lei allora cerca di farla esplodere, ma il detonatore non funziona. Viene arrestata e rinchiusa in prigione. Dopo l’arresto, Wafa implora clemenza sostenendo di “non aver ancora ucciso nessuno”. Viene riconosciuta ma gli israeliani non sospendono le cure terapeutiche che deve comunque portare avanti; la aiutano permettendole di avere un’istruzione e conseguire una laurea.

Dal carcere Wafa difende con convinzione le sue azioni al servizio della jihad islamica. «Il mio sogno era diventare una martire», urlò ai giornalisti il 21 giugno 2005. «Credo nella morte. Volevo farmi esplodere in un ospedale, magari proprio quello in cui ero stata curata. Ma dato che molti arabi vengono curati lì, ho deciso che sarei andata in un altro, forse il Tel Hashomer, vicino a Tel Aviv. Volevo uccidere 20, 50 ebrei… anche bambini, non importa, basta che siano ebrei».

Alla domanda se avrebbe mai tentato di nuovo di portare a termine una missione del genere se ne avesse avuta l’occasione, rispose senza esitazione: «Certo. Perché no? È una cosa onorevole e, se potessi, diventerei una martire per tre volte. Il mio sogno è solo diventare una martire», disse in un’altra occasione, «ma Dio non me lo ha concesso».

Nell'ottobre 2011 Wafa è una dei 1.027 terroristi e militanti palestinesi incarcerati rilasciati da Israele nell’ambito di uno scambio di prigionieri in cambio del soldato rapito Gilad Shalit. Arrivata a casa, a Gaza, gira per le scuole locali istruendo i bambini: «Spero che seguirete lo stesso percorso che abbiamo intrapreso noi e, se Dio vorrà, vedremo alcuni di voi diventare martiri», disse a una folla di alunni delle scuole elementari palestinesi venuti ad acclamarla. In risposta, i bambini cantarono: «Daremo le nostre anime e il nostro sangue per riscattare i prigionieri. Daremo le nostre anime e il nostro sangue per te, Palestina». «Continueremo la nostra lotta», aggiunse Wafa, «…gli arresti non ci dissuaderanno dalle nostre battaglie e dalla ferma volontà di cancellare l’arroganza sionista nella terra di Palestina». La madre di Wafa, Salma Shubeyr disse ai giornalisti «La jihad è la jihad, è una cosa onorevole. Sono orgogliosa di lei».

Un noto giornalista americano, Leland Vittert, convinto democratico, pensò di andarla a intervistare a Gaza. Vittert arriva a Gaza portando con sé il video del tentato attentato a Erez, glielo mostra e le chiede cosa pensi, guardando a distanza di tempo quel fatto. Lei risponde: «Oh, penso di aver quasi assaporato il paradiso». Vittert insiste e chiede: «Ma lo rifaresti?» Wafa risponde senza esitazione: «Assolutamente sì, senza dubbio. Questa è la mia vocazione nella vita». L’americano prova a dire: «Queste persone ti hanno curato, ti hanno salvato la vita e hai cercato di farle saltare in aria. Ti hanno curata, istruita e ora hai la possibilità di rifarti una vita qui a Gaza, e tu vorresti farle saltare in aria?» Lei risponde nuovamente: «Assolutamente sì. Sono infedeli. Sono malvagi. Sono nemici».

Il popolo ebraico deve affrontare ogni giorno in ogni angolo del mondo i fanatici che sono maggioranza tra i gazawi. Chi grida al genocidio per mascherarne un altro tanto desiderato e pianificato che potrebbe diventare realtà in un attimo se solo Israele cessasse di tenere alta la guardia e di combattere per la propria sopravvivenza, dovrebbe tenere presente queste cose.

R.R

https://camera-uk.org/2014/07/11/why-israel-has-been-forced-to-go-to-war-an-op-ed-by-dr-denis-maceoin/

https://www.imra.org.il/story.php?id=38944


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