martedì 10 ottobre 2023

Il "setaccio".

C'è stato un tempo in cui si credeva che gli agnelli crescessero sugli alberi.

Sir John Mandeville, un cavaliere inglese vissuto nel XIV secolo, scrive nelle sue memorie di un incidente che gli capita in India. Nel corso del viaggio si imbatte in una pianta molto insolita, che genera frutti simili a zucche: “E quando sono mature, gli uomini le tagliano e trovano al loro interno una piccola bestia, con carne, ossa e sangue, come se fosse un piccolo agnello senza lana. E gli uomini mangiano sia il frutto che la bestia, ed è una grande maraviglia. Di quel frutto anch’io ho mangiato, sebbene fosse maraviglioso, ma so bene che Dio è maraviglioso nelle sue Opere”.

Un agnello che cresce dentro una zucca? Che cosa dobbiamo pensare di simili affermazioni? È vero che, secondo gli studiosi, probabilmente Mandeville non è nemmeno mai esistito o, se è esistito, si è solo immaginato molte delle cose di cui ha scritto e che forse per diversi suoi racconti si è ispirato a quelli precedenti di Marco Polo.

Tuttavia, il simpatico cavaliere errante non fu l’unico a raccontare di agnelli vegetali. Poco prima di lui, lo aveva fatto un italiano, Odorico da Pordenone, un sacerdote francescano, dopo la morte addirittura santificato, partito missionario per l’Oriente nel 1318. Nelle memorie dettate al fratello, Odorico racconta di avere sentito “da persone degne di credito”, che in Persia crescono zucche al cui interno, una volta mature, si trovano piccoli animali, come agnelli. 

Ovviamente non esiste e non è mai esistito nulla del genere. È chiaro che queste storie sono false: come si può pensare che gli agnelli crescano sugli alberi? Certo, è chiaro. È ovvio. Ma lo è adesso. Per secoli quelle, e moltissime altre storie simili (compresa quella relativa a un’altra pianta da cui invece si diceva nascessero embrioni umani), erano ritenute vere, tanto dal popolo quanto dagli studiosi. D’accordo, ma come facevano a esserne così sicuri, visto che alla fine nessuno aveva mai realmente visto, raccolto o mostrato pubblicamente anche un solo esemplare di tali prodigi?

Il fatto è che noi possiamo cercare di spiegare il mondo solo sulla base delle conoscenze disponibili, o di quelle che pensiamo siano le conoscenze disponibili. Quando gli antichi greci, nel corso dei numerosi contatti che ebbero con l’India, scoprirono per la prima volta il cotone, o per dirla con il più importante divulgatore in Occidente di notizie sull’India, Ctesia di Cnido, scoprirono gli “alberi che portano la lana”, si piantò forse il primo seme della leggenda dell’agnello vegetale. Con il passare dei secoli, dopo il lungo isolamento seguito alla caduta dell’Impero romano, non è difficile immaginare che l’aumento degli scambi tra Oriente e Occidente abbia indotto alcuni europei a fare due più due. I loro indumenti sono realizzati con la lana delle pecore, che sono animali; ma ecco che dall’Oriente arrivano commercianti carichi di lana (è cotone, in realtà, ma non importa) che spiegano essere ricavato da particolari piante. Che cosa dedurne? Che probabilmente nella Tartaria (l'attuale Asia centrale) le pecore nascono dalle piante. Logico. A mettere fine alla leggenda dell’agnello vegetale fu, nel 1683, il naturalista tedesco Engelbert Kaempfer che, su ordine di re Carlo XI, condusse una ricerca sistematica in Asia Minore e stabilì che, semplicemente, non esisteva un solo agnello vegetale al mondo.

Ci vollero, insomma, secoli prima di accertare che quelle interpretazioni della realtà erano, per l’appunto, solo leggende. Ma fino ad allora nessuno lo poteva nemmeno immaginare. Il fatto è che quando non sappiamo qualcosa, a volte non ci rendiamo nemmeno conto che c’è qualcosa da sapere. Non sappiamo di non sapere.

Oggi, con la strabiliante quantità di informazioni che si accumulano in ogni istante, è più facile per ciascuno di noi rendersi conto di quante cose non sappiamo e, dunque, dovrebbe essere più facile anche maturare la consapevolezza di non sapere (anche se, in realtà, non tutti ci arrivano, come purtroppo vediamo ogni giorno sui social). Ma fino a poco tempo fa, quando non si sapeva qualcosa ci si accontentava di spiegazioni provvisorie. E se un numero abbastanza grande di persone trovava ragionevoli quelle spiegazioni provvisorie, e magari di maggiore conforto rispetto a un quadro più ampio di credenze, esse finivano per trasformarsi in realtà consensuali.

Questo tipo di storie ci aiuta a capire meglio come si forma la conoscenza: si osserva il mondo e, attraverso il ragionamento, si sviluppano ipotesi. E fino al Seicento ci si fermava qui. Almeno finché Galileo, Cartesio e Bacone non rivoluzionarono il modo di conoscere la realtà del mondo, introducendo un metodo sperimentale, il metodo scientifico.

Non è che ciò che credevano le grandi civiltà del passato fosse tutto sbagliato. Anche nell’antichità c’erano grandi scienziati, soprattutto in Grecia, come Archimede, Euclide o Pitagora, ma le cose vere erano spesso mescolate alle leggende e alle falsità. Non c’era un criterio per separare i fatti dalle opinioni, ciò che si credeva da ciò che si poteva dimostrare. Valeva l’ipse dixit, l’autorevolezza di uno studioso, come per esempio Aristotele, che trasformava in “verità” qualunque cosa dicesse: l’idea era che una persona così intelligente non si poteva sbagliare mai. Che cosa mancava?

Mancava quello che Piero Angela chiamava “il setaccio”: un sistema, cioè, capace di filtrare in modo indipendente la validità di una ricerca da una scoperta.

La straordinaria rivoluzione per il pensiero umano introdotta con il metodo scientifico equivale, dunque, a questo “setaccio” e consiste essenzialmente nel fatto che 

una volta formulata un’ipotesi per spiegare un fenomeno, 

non ci si ferma lì, 

ma si mette quell’ipotesi alla prova attraverso il controllo sperimentale: 

si accumulano cioè osservazioni 

e si conducono esperimenti capaci di confermarla o smentirla.

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Semplice e chiaro! O no? In effetti una buona parte degli esseri umani (io compreso, a volte) si affida ad altri "sistemi": intuito, sensazioni, ipse dixit, "l'ha detto mio cugggino!", ecc.

Per fortuna esiste la scienza ed esistono i bravi scienziati!


Relatività e meccanica quantistica

Visto che il post che ha ricevuto (e di gran lunga) più visite è quello relativo alla quantistica eccone un altro che, a mio avviso, spiega in maniera semplice (forse un po' troppo...) la differenza tra la teoria della relatività generale e la meccanica quantistica.

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Perché relatività e meccanica quantistica sono (relativamente) incompatibili fra loro

1. Cosa prevede la teoria della relatività

Per capire questa conflittualità torniamo al 1915, quando Albert Einstein pubblicò la sua teoria della relatività generale. Si tratta di una delle teorie di maggior successo della storia della scienza, tanto che le sue previsioni continuano ad essere confermate tutt’ora. Dalle scoperte relative ai buchi neri, al principio di equivalenza dimostrato nello spazio dal satellite MICROSCOPE, a come la luce emessa dalla stella S2, in orbita attorno al buco nero del centro galattico, mostri un redshift gravitazionale proprio come previsto dalla relatività generale. Sono solo alcuni esempi della validità della formula di Einstein.

Nonostante questo, la teoria della relatività non può essere la descrizione ultima della gravità. Si tratta di una teoria classica dei campi, che concepisce lo spazio e il tempo come continui, cioè infinitamente divisibili, e gli eventi che in essi accadono come deterministici, ovvero dipendenti gli uni dagli altri in base a precise e quantificabili relazioni di causa-effetto. Nella relatività generale massa ed energia e spazio e tempo sono vincolati da rapporti numerici. Essi descrivono con precisione distribuzione e moto della massa-energia, nonché la curvatura dello spazio-tempo in qualunque luogo e momento temporale.

2. La meccanica quantistica, spiegata.

Quando ci si avventura nel mondo microscopico, i fenomeni osservabili sono regolati da leggi formulate da un’altra descrizione della realtà, efficace almeno quanto la relatività generale: la fisica quantistica. Nel mondo dei quanti, spazio e tempo non sono continui come nella relatività generale, ma discreti. Esistono limiti alla loro divisibilità, al di sotto dei quali spazio e tempo perdono di significato. Sono la lunghezza (1,6×10⁻³⁵ m) e il tempo di Planck (5,4×10⁻⁴⁴ s).

Non basta. A fondamento della fisica quantistica c’è il principio di indeterminazione, che sostiene sia impossibile conoscere con precisione assoluta entrambi i valori di grandezze coniugate, come la quantità di moto e la posizione di una determinata particella. È un principio che nasce dalla natura ondulatoria dei quanti: non solo i fotoni, ma anche particelle come protoni, elettroni e neutroni sono descritti nella fisica quantistica da funzioni d’onda che hanno una distribuzione probabilistica. Vuol dire che nel mondo subatomico c’è sempre una certa dose di incertezza che non possiamo eliminare.

Insomma, l’indeterminazione intrinseca dei quanti “spazza via” la classica e ordinata bellezza del mondo descritto dalla relatività generale. Si usa quest’ultima per descrivere, ad esempio, i fenomeni di lente gravitazionale generati da ammassi di galassie. Si ricorre alla fisica quantistica quando si studia il fenomeno di entanglement tra particelle arbitrariamente distanti.

Valerio Novara, ottobre 5, 2023

https://www.passioneastronomia.it/perche-relativita-e-meccanica-quantistica-sono-incompatibili-fra-loro-la-risposta/?fbclid=IwAR0lmm8XXaKbYFxZVRiZVjNbLg61DaC3OVnDWlguS-6-Z4duCiqKso2EfN8

lunedì 18 settembre 2023

Fede e Scienza a confronto

Un caro amico (che considero molto intelligente e di grande cultura sia scientifica che umanistica) è moderatore di un gruppo Facebook intitolato: "Fede e scienza a confronto"

Personalmente considero questo tipo di confronto poco sensato perché è evidente (ai miei occhi) che sono due cose nettamente distinte e con pochi punti di contatto. Ho però provato a prendere in considerazione le definizioni dei due termini dai principali dizionari e da Wikipedia.

Fede: 

- credenza piena e fiduciosa che procede da intima convinzione o si fonda sull'autorità altrui più che su prove positive: avere f. in Dio, nella Provvidenza, nei valori umani, nella democrazia. Fede religiosa, e spec. quella cattolica, per cui si credono vere le cose rivelate da Dio, cioè i misteri soprannaturali e non dimostrabili della Trinità, Incarnazione, Redenzione. (https://www.treccani.it/vocabolario/fede/#:~:text=a.,democrazia%3B%20dare%2C%20prestare%20f.)

Scienza: 

- il risultato delle operazioni del pensiero, spec. in quanto oggetto di codificazione sul piano teorico e di applicazione sul piano pratico

- il sistema di conoscenze ottenute attraverso un'attività di ricerca prevalentemente organizzata con procedimenti metodici e rigorosi, coniugando la sperimentazione con ragionamenti logici condotti a partire da un insieme di assiomi, tipici delle discipline formali. 

- il suo obiettivo è di pervenire a una descrizione verosimile, con carattere predittivo, della realtà e delle leggi che regolano l'apparenza dei fenomeni.

(https://it.wikipedia.org/wiki/Scienza#:~:text=La%20scienza%20%C3%A8%20un%20sistema,assiomi%2C%20tipici%20delle%20discipline%20formali)

Sintesi:

fede: CREDENZA che procede da intima convinzione e si fonda su autorità altrui e non su prove.

scienza: sistema di CONOSCENZE (ottenute attraverso la SPERIMENTAZIONE organizzata con procedimenti metodici e rigorosi) con carattere PREDITTIVO della realtà e dei FENOMENI.


Mi sembra evidente che sono sistemi posti su piani diversissimi e inconciliabili (tranne rarissime eccezioni) e, quindi, eventuali "confronti" sono (ovviamente a mio parere) tempo sostanzialmente perso o quasi.

Statistiche del sito.

Oplà! Sono state superate le 15000 visite al blog. In particolare nelle ultime settimane ci sono state molte visite ma nessun commento: peccato.

Ci sono voluti anni per passare le 10000 visite mentre in pochi mesi altri 5000 accessi. 

Grazie a tutti ma commentate!!!


mercoledì 6 settembre 2023

Ominini e il mondo dell'informazione

 Da pochi giorni è stata pubblicata su Science una interessante ricerca che (analizzando il DNA umano) afferma che circa un milione di anni fa i progenitori degli esseri umani che oggi popolano il pianeta Terra sono andati molto vicini all’estinzione. 

Rifacendomi allo scopo iniziale di questo blog vorrei soffermarmi sul come la notizia è stata pubblicata e commentata su due siti “attendibili” (secondo me): “ilpost.it”  (https://www.ilpost.it/2023/09/04/ipotesi-origine-specie-umana-estinzione-clima/?homepagePosition=7) e “leganerd.com” ((https://leganerd.com/2023/09/02/antenati-delluomo-a-rischio-estinzione-900mila-anni-fa-nuovo-studio-del-dna/)

In sostanza a me sembra che mentre “leganerd” riprende in modo pedissequo quanto pubblicato sul prestigioso periodico americano e da per scontato che i risultati sono definitivi, “ilpost” fa un’analisi decisamente più approfondita arrivando a conclusioni abbastanza diverse: la notizia è vera e interessante ma occorreranno altri studi per confermare le tesi del gruppo di ricerca. A me pare che “ilpost” sia decisamente migliore sotto l’aspetto divulgativo e informativo adottando il vero metodo scientifico… Questa è, secondo me, una caratteristica tipica del sito.

Questo per dire che Internet e il mondo dell’informazione offre servizi molto variegati e di qualità molto variabile. Anche siti piuttosto curati e attendibili vanno letti “cum grano salis”!

Riporto, per comodità del lettore, una sintesi dei due articoli. Le sottolineature ed evidenziazioni sono mie.

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Antenati dell’uomo a rischio estinzione 900mila anni fa: nuovo studio del DNA

Questo evento cruciale della nostra storia evolutiva è stato messo in luce grazie a una sorprendente analisi del DNA umano.                                                                         Daniela Giannace 02-Set-2023 

Circa 900mila anni fa, gli antenati dell’umanità affrontarono un pericolo straordinario che li portò sull’orlo dell’estinzione. Questo evento cruciale della nostra storia evolutiva è stato messo in luce grazie a una analisi del DNA umano, condotta anche da studiosi italiani dell’Università Sapienza di Roma e dell’Università di Firenze, e recentemente pubblicata sulla prestigiosa rivista Science.

Questa straordinaria narrazione di declino e sopravvivenza è scolpita nei nostri geni e nell’identità stessa dell’umanità. Il team di ricerca, guidato dall’Accademia Cinese delle Scienze e dal dottor Wangjie Hu, ha utilizzato un metodo innovativo per analizzare il DNA di 3.154 individui moderni appartenenti a diverse popolazioni umane provenienti da tutto il mondo.

Questo approccio interdisciplinare ha permesso di risalire a un periodo cruciale tra 930 e 813mila anni fa, quando gli antenati dell’uomo affrontarono la “bottiglia genetica”.

https://leganerd.com/2023/09/02/antenati-delluomo-a-rischio-estinzione-900mila-anni-fa-nuovo-studio-del-dna/

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La nuova teoria secondo cui i nostri antenati rischiarono di estinguersi

Uno studio pubblicato la scorsa settimana su Science ha proposto una nuova ipotesi sulla storia dell’evoluzione umana che, se confermata da altre ricerche, potrebbe farci scoprire qualcosa dell’ultimo antenato comune a noi e ai Neanderthal, la specie molto vicina alla nostra che visse tra mezzo milione e qualche decina di migliaia di anni fa. Secondo lo studio, realizzato da un gruppo di ricerca internazionale, 930mila anni fa una specie di ominini (il termine per definire le specie più vicine agli esseri umani moderni) da cui discendiamo rischiò l’estinzione, arrivando a contare meno di 1.300 individui, forse a causa di un cambiamento climatico. 

Ha concluso che a un certo punto del nostro passato accadde qualcosa che fece da “collo di bottiglia” alla variabilità genetica, cioè la contenne, e causò una grossa differenza tra il DNA dei nostri antenati e quello degli altri primati. Il collo di bottiglia sarebbe stato appunto una grande diminuzione della popolazione della specie da cui poi si evolse Homo sapiens, la nostra. Gli autori dello studio hanno stimato che la popolazione si ridusse del 98,7 per cento, lasciando in vita meno di 1.280 individui. Rischiò dunque di estinguersi: se fosse successo, Homo sapiens non sarebbe mai esistito.

L’ipotesi comunque resta da dimostrare. Il collo di bottiglia però è solo una possibile ipotesi per spiegare l’origine della varietà genetica umana attuale.  

https://www.ilpost.it/2023/09/04/ipotesi-origine-specie-umana-estinzione-clima/?homepagePosition=7

domenica 3 settembre 2023

Atomi ed elettroni: la teoria quantistica

Questo post (ahimè decisamente lungo e "difficile") spiega in modo chiaro ed esauriente perché la meccanica classica non è in grado di spiegare la realtà subatomica mentre la teoria quantistica lo fa in modo estremamente convincente. La comprensione richiede alcune conoscenze preliminari di matematica e scienze a livello liceale.

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Il nucleo di un atomo è decine di migliaia di volte più piccolo dell'atomo stesso, questo è un dato acclarato.

Però: ATTENZIONE! I nuclei atomici in una molecola 

non sono piccoli punti

e non ci sono spazi vuoti all'interno dell'atomo.

L’ immagine dell’atomo vuoto è probabilmente l’errore più ripetuto nella scienza popolare. Carl Sagan, nella sua serie TV classica Cosmos (1980), concluse così:

[La maggior parte della massa di un atomo è nel suo nucleo; gli elettroni, al confronto, sono solo nuvole di lanugine in movimento. Gli atomi sono principalmente spazio vuoto. La materia è composta principalmente da nulla].

L’affermazione di Sagan non riconosceva alcune caratteristiche fondamentali degli atomi e delle molecole. Le idee che alimentano l’idea dell’atomo vuoto possono essere smantellate interpretando attentamente la teoria quantistica, che descrive la fisica delle molecole, degli atomi e delle particelle subatomiche. Secondo la teoria quantistica, gli elementi costitutivi della materia – come gli elettroni, i nuclei e le molecole che formano – possono essere rappresentati come onde o particelle. Lasciandoli evolvere da soli, si comportano come onde delocalizzate sotto forma di nuvole continue. D'altra parte, quando tentiamo di osservare questi sistemi, sembrano particelle localizzate, qualcosa di simile ai proiettili nel regno classico. Ma accettare le previsioni quantistiche secondo cui nuclei ed elettroni riempiono lo spazio come nuvole continue ha un prezzo concettuale: implica che queste particelle non vibrino, non ruotino o non orbitino.

La maggior parte dei problemi che circondano la descrizione del mondo submolecolare derivano da tentativi di conciliare immagini contrastanti di onde e particelle, lasciandoci con chimere incoerenti come nuclei (simili a particelle) circondati da elettroni simili a onde. Questa immagine non è quella delle previsioni della teoria quantistica. Per compensare, la nostra ricostruzione concettuale della materia a livello submolecolare dovrebbe descrivere in modo coerente come si comportano i nuclei e gli elettroni quando non vengono osservati, come il proverbiale suono di un albero che cade nella foresta senza nessuno intorno.

Ecco un'introduzione su come pensare ai componenti fondamentali della materia: una molecola è un insieme stabile di nuclei ed elettroni. Se l'insieme contiene un solo nucleo si chiama atomo. Gli elettroni sono particelle elementari prive di struttura interna e dotate di carica elettrica negativa. Ogni nucleo è un sistema combinato composto da diversi protoni e un numero più o meno uguale di neutroni. Ogni protone e neutrone è 1.836 volte più massiccio di un elettrone. Il protone ha una carica positiva della stessa grandezza della carica negativa di un elettrone, mentre i neutroni, come suggerisce il nome, non hanno carica elettrica. Di solito, ma non necessariamente, il numero totale di protoni in una molecola è uguale al numero di elettroni, rendendo le molecole elettricamente neutre.

L'interno dei protoni e dei neutroni è probabilmente il luogo più complesso dell'Universo. Mi piace considerare ciascuno di essi una zuppa calda di tre particelle elementari permanenti conosciute come quark che ribollono al loro interno, con un numero innumerevole di quark virtuali che compaiono e scompaiono quasi immediatamente. Altre particelle elementari chiamate gluoni tengono la zuppa all'interno di una pentola di raggio 0,9 femtometri . (Un femtometro, abbreviato fm, è una scala conveniente che misura sistemi decine di migliaia di volte più piccoli di un atomo. Corrispondenti a 10-15 m, dobbiamo sovrapporre 1 trillion di femtometri per ottenere un millimetro.) Nota bene: il trillion, da non confondersi con il trillione, è il prefisso equivalente a 1000 miliardi (1012 ossia il nostro bilione). Ai fini divulgativi tale differenza è del tutto ininfluente trattandosi di valori inconcepibilmente piccoli! (NdT)

Particelle con lo stesso segno di carica elettrica si respingono e quindi sono necessarie ulteriori interazioni per mantenere i protoni ravvicinati nel nucleo. Queste interazioni nascono da coppie di quark e antiquark chiamate pioni che fuoriescono costantemente da ciascun protone e neutrone per essere assorbite da un'altra particella simile nelle vicinanze. L'energia scambiata in questo trasferimento è abbastanza grande da compensare la repulsione elettrica tra i protoni e, quindi, legare insieme protoni e neutroni, immagazzinando l'immensa energia che può essere liberata nei processi di fissione nucleare.

Tuttavia, la durata estremamente breve dei pioni limita la distanza tra protoni e neutroni, limitando la dimensione del nucleo a un raggio compreso tra 1 e 10 fm. Pertanto, dal punto di vista delle particelle, il nucleo è minuscolo rispetto a un atomo, mediamente da 60000 a 180000 volte più piccolo.

Se gli atomi e le molecole rimanessero un insieme di particelle puntiformi, sarebbero per lo più spazio vuoto. Ma alla loro scala dimensionale, devono essere descritti dalla teoria quantistica. E questa teoria prevede che l'immagine ondulatoria predomini finché una misurazione non la disturba. Invece di proiettili localizzati nello spazio vuoto, la materia si delocalizza in nuvole quantistiche continue.

La materia è fondamentalmente quantistica

Le molecole non possono essere assemblate secondo le regole della fisica classica

Le classiche interazioni elettriche tra nuclei ed elettroni non sono sufficienti per costruire una molecola stabile

A causa dell'attrazione elettrica delle cariche di segno opposto, gli elettroni caricati negativamente si muoverebbero rapidamente a spirale verso i nuclei caricati positivamente e si incollerebbero ad essi. Le particelle combinate risultanti, prive di carica netta, si disperderebbero, impedendo la formazione di qualsiasi molecola.

Due proprietà quantistiche evitano questo destino.

La prima proprietà deriva dal principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale una particella quantistica non può trovarsi contemporaneamente in una posizione precisa e avere velocità zero. Ciò implica che un elettrone non può incollarsi a un nucleo perché entrambe le particelle si troverebbero in un luogo ben definito e a riposo l’una rispetto all’altra, sfidando una regola centrale del mondo quantistico.

La seconda proprietà quantistica è il principio di esclusione di Pauli. I componenti fondamentali della materia si dividono in due tipi, bosoni e fermioni. I gluoni all'interno del protone sono esempi di bosoni. Possiamo averne quanti vogliamo, condividendo la stessa posizione contemporaneamente. D’altra parte, i fermioni – come elettroni, quark, protoni e neutroni – obbediscono a una regola molto più restrittiva chiamata principio di esclusione di Pauli: due fermioni identici non possono occupare contemporaneamente lo stesso spazio e avere lo stesso spin (una proprietà quantistica analoga a una rotazione classica di una particella attorno al proprio asse).

Con tutti questi effetti codificati nell’equazione di Schrödinger, l’equazione principale della teoria quantistica, si prevede che i nuclei e gli elettroni puntiformi debbano, in effetti, comportarsi come onde. Si delocalizzano in nuvole quantistiche molto più grandi della dimensione dell'immagine delle particelle per soddisfare il principio di indeterminazione di Heisenberg, con gli elettroni modellati in nuvole diverse per soddisfare il principio di esclusione di Pauli. Più le particelle sono leggere, maggiore è la delocalizzazione. Pertanto, una singola nube elettronica può diffondersi su più nuclei, formando un legame chimico e stabilizzando la molecola.

La teoria quantistica prescrive una relazione precisa tra le immagini delle onde e delle particelle. Le nuvole dell'immagine ondulatoria sono descritte matematicamente da una funzione d'onda, essenzialmente un'equazione che attribuisce un'intensità ad ogni punto dello spazio e come queste intensità cambiano nel tempo. La funzione d'onda è analoga alle funzioni matematiche che descrivono le onde convenzionali del suono o dell'acqua, ma con la particolarità di avere una componente numerica immaginaria, che è negativa al quadrato.

Il quadrato del modulo della funzione d'onda (un'operazione matematica che produce sempre numeri positivi) dà la probabilità di trovare la particella in ogni punto dello spazio se tentiamo di osservarla. Più densa è la nuvola, maggiori sono le probabilità di osservare la particella lì.

Tuttavia, interpretare la nuvola quantistica come probabilità non significa che sia solo una misura della mancanza di conoscenza del sistema. Se lasciassi le chiavi in una delle due tasche della giacca, ma non fossi sicuro di quale, potrei scrivere una funzione di probabilità con un valore del 50 % in ogni tasca e un valore zero in ogni altro punto del mio ufficio. Questa funzione ovviamente non implica che le mie chiavi siano delocalizzate sulle due tasche. Dichiara semplicemente la mia ignoranza, che può essere facilmente risolta controllando la giacca.

Nel mondo quantistico, la funzione d’onda rappresenta più di una semplice mancanza di conoscenza. I sistemi delocalizzati – come le nuvole nucleari ed elettroniche – causano fenomeni che le particelle localizzate non possono spiegare. L'esistenza di legami chimici che formano le molecole è un esempio diretto dell'effetto della delocalizzazione elettronica. Nel caso della delocalizzazione nucleare, uno dei suoi effetti principali è quello di aumentare le possibilità che un nucleo di idrogeno (un singolo protone) fluisca da una molecola a un'altra vicina. Questo tipo di trasferimento protonico potenziato ha conseguenze biologiche drammatiche, come l’aumento dell’acidità di enzimi specifici rispetto a quanto sarebbero acidi se i nuclei di idrogeno si comportassero come particelle.

Sebbene le nuvole di elettroni siano comunemente rappresentate nella scienza popolare e nella chimica, la delocalizzazione del nucleo è spesso interpretata come vibrazioni e rotazioni. Ma queste sono solo analogie classiche, anche se utili. Da una prospettiva quantistica e per coerenza concettuale, i nuclei dovrebbero essere rappresentati sullo stesso piano degli elettroni, come delle nuvole.

Un altro malinteso ancora è che gli atomi siano vuoti perché la loro massa è nel nucleo. La massa atomica è infatti altamente localizzata. 

In una molecola di ammoniaca (NH3), l'82 % della massa si trova nel nucleo di azoto. Se aggiungiamo le masse delle tre nubi di protoni, esse rappresentano il 99,97 % del totale. Pertanto la grande nuvola di elettroni trasporta solo lo 0,03 % della massa.

L’associazione tra questa concentrazione di massa e l’idea che gli atomi siano vuoti deriva da una visione errata secondo cui la massa è una proprietà della materia che riempie uno spazio. Tuttavia, questo concetto non regge ad un esame attento, nemmeno nel nostro mondo a misura d’uomo. Quando accumuliamo oggetti uno sopra l'altro, ciò che li tiene separati non è la loro massa ma la repulsione elettrica tra gli elettroni più esterni nelle molecole a contatto. (Gli elettroni non possono collassare sotto pressione a causa dell'incertezza di Heisenberg e dei principi di esclusione di Pauli). Pertanto, la carica elettrica dell'elettrone alla fine riempie lo spazio.

Negli atomi e nelle molecole, gli elettroni sono ovunque! Pertanto, quando vediamo che gli atomi e le molecole sono pieni di elettroni, l'unica conclusione ragionevole è che sono pieni di materia, non il contrario. Nonostante tutto ciò chiunque rischia di trovarsi di fronte a diagrammi di elettroni orbitanti in gusci, come strati concentrici e separati con spazio vuoto tra di loro. L’idea che questi diagrammi rappresentino la realtà fisica è un terzo malinteso comune. Gli elettroni non orbitano letteralmente attorno al nucleo atomico sotto forma di questi gusci.

Negli atomi e nelle molecole, gli elettroni devono avere energie specifiche, ciascuna energia associata a una particolare forma di nuvola. Consideriamo, ad esempio, un atomo con un singolo elettrone. Nell'energia più bassa possibile, il livello energetico fondamentale, questo elettrone si delocalizza in una nuvola sferica, densa al centro dell'atomo e che gradualmente svanisce. Le funzioni d'onda a singolo elettrone che descrivono queste nubi sono chiamate orbitali.

A livelli energetici più elevati, il singolo elettrone si delocalizza in nubi più complesse con sfere annidate, macchie multiple o addirittura forme a ciambella. Pertanto, quando si parla di atomi e molecole, gli elettroni non sono piccole particelle che sfrecciano caoticamente attorno ai nuclei fino a diventare una nuvola confusa, come spesso raffigurato. E gli elettroni non sono negli orbitali, né li popolano. Gli elettroni sono gli orbitali. Sono nuvole delocalizzate.

Con gli elettroni multipli le cose diventano molto più complicate. Quando si ha a che fare con sistemi multielettronici (che comprendono praticamente tutte le molecole), la teoria quantistica non distingue più tra ciascun elettrone; sono tutti descritti da un'unica funzione d'onda, un'unica nuvola. Tuttavia, gli orbitali dei singoli elettroni rappresentano ancora un'approssimazione valida che i chimici utilizzano costantemente per razionalizzare le reazioni chimiche. La funzione d'onda multielettronica assomiglia a una composizione di queste singole nuvole che si sovrappongono all'interno del volume che definisce la molecola. Si sentono l'un l'altro; si ricombinano in nuove forme; alcuni si gonfiano e altri si restringono; le nuvole si inclinano, si allungano e si torcono fino ad adattarsi comodamente, occupando ogni spazio disponibile.

Una molecola è un oggetto statico senza alcun movimento interno. Le nuvole quantistiche di tutti i nuclei e gli elettroni rimangono assolutamente immobili per una molecola con un'energia ben definita. Il tempo è irrilevante. La teoria quantistica non prevede nuclei vibranti o elettroni orbitanti e rotanti; quelle caratteristiche dinamiche sono analoghi classici alle proprietà quantistiche intrinseche. Il momento angolare, ad esempio, che nella fisica classica quantifica la velocità di rotazione, si manifesta come macchie nella funzione d'onda. Più numerose sono le bolle, maggiore è il momento angolare, anche se nulla ruota.

Il tempo, però, entra in gioco quando una molecola si scontra con un’altra, innescando una reazione chimica. Poi scoppia una tempesta. L'equilibrio quantistico esplode quando i segmenti della nuvola elettronica si riversano da una molecola all'altra. Le nuvole si mescolano, rimodellano, si fondono e si dividono. Le nubi nucleari si riorganizzano per adattarsi alla nuova configurazione elettronica, a volte anche migrando tra le molecole

Per una frazione di picosecondo (10-12 secondi o un miliardesimo di millisecondo), la tempesta infuria e rimodella il paesaggio molecolare finché non viene ripristinata l'immobilità nei composti appena formati.

Un osservatore imparziale scoprirebbe che i nuclei e gli elettroni sono nubi maestose, stabili, strutturate e compatte, che guidano ogni aspetto della materia come la conosciamo.

Il nostro linguaggio comune, le nostre intuizioni e persino i processi di ragionamento di base non sono adatti ad affrontare la teoria quantistica, questo mondo alieno di stranezza circondato da paesaggi bizzarri a cui per lo più non riusciamo a dare un senso. E ci sono così tante cose che non capiamo. Dobbiamo ancora imparare come conciliare il duplice comportamento ondulatorio e particellare della materia. Non sappiamo nemmeno se le funzioni d'onda abbiano realtà oggettiva. I nostri cervelli si sciolgono, di fronte alle molteplici potenziali interpretazioni della teoria quantistica, al punto che scienziati eminenti sembrano aver rinunciato alla speranza che potessimo raggiungere un consenso scientifico. Chiudiamo un occhio sui trucchi che portano dalla costruzione concettuale della teoria quantistica alle previsioni effettive.

Potremmo conformarci al 'Stai zitto e calcola!' atteggiamento che ha accompagnato le previsioni sempre più strane della teoria quantistica, che ha consentito gli eccezionali progressi tecnologici degli ultimi 100 anni, dai laser ai microprocessori. Non vogliamo però fare solo previsioni utili. Generazioni di scienziati e divulgatori scientifici fanno del loro meglio per tradurre tutta questa stranezza in metafore amichevoli di un corpo teorico ancora pieno di mistero. Costruiamo nuove immagini mentali del mondo quantistico un passo alla volta, anche correndo il rischio di inciampare qua e là.

La descrizione del mondo quantistico-molecolare che ho presentato poggia su basi comodamente sicure. Si basa su un dominio di teoria quantistica che è altamente consensuale tra gli specialisti. È la piazza cittadina di quella che il premio Nobel Frank Wilczek chiamava la Teoria del Nucleo, la struttura fisica che descrive le particelle fondamentali, le loro interazioni e la relatività generale di Albert Einstein. I fisici sono così fiduciosi nella stabilità di questo nucleo che credono che dovrebbe persistere in qualsiasi nuova teoria della materia sviluppata in futuro.

24 agosto 2023

Traduzione in italiano (mia) e sintesi (mia) del post:

https://aeon.co/essays/why-the-empty-atom-picture-misunderstands-quantum-theory

di Mario Barbatti, chimico e fisico teorico. È professore di chimica all'Università di Aix Marsiglia in Francia e membro senior dell'Institut Universitaire de France.