HAMAS
Wafa
al-Biss è una donna di Gaza che per due volte ha ricevuto cure
salvavita da Israele, ha ottenuto la sua istruzione grazie a Israele
e poi è tornata in Israele per fare una
strage nell’ospedale che le aveva salvato la vita.
E
lo farebbe ancora, senza esitare un attimo, se potesse.
Noi
occidentali partiamo dal presupposto errato che TUTTI o quasi) gli
esseri umani abbia fondamentalmente gli stessi obiettivi e desideri,
magari attraverso processi culturali e sociali differenti.
L'errore che i nostri intellettuali, politici e giornalisti
commettono sta nel fatto che non accettano che molti
regimi
islamici non danno alcun valore alla vita o alla prosperità del loro
popolo.
Ogni accordo con Israele che preveda il rilascio di centinaia e
migliaia di jihadisti di Gaza, non sembra tener conto del fatto che
una
maggioranza dei palestinesi crede fanaticamente di dover cancellare
Israele dalla mappa, nel nome dell’unica religione: l’Islam,
quindi “per Allah” e moltissimi di loro sono disposti a morire
come “martiri” (in lingua gazawi: shahid, martire
islamico che accetta di morire uccidendo gli “infedeli” come
testimonianza della propria fede).
Questo
viene insegnato loro fin dalla più tenera età a scuola, dai media e
nelle moschee. Lo stesso Sinwar (leader defunto di Hamas), anni fa,
era stato uno dei circa mille
abitanti di Gaza scambiati per la liberazione di un
singolo
ostaggio israeliano, un soldato, Gilad Shalit, proprio come accaduto
recentemente per ottenere i corpi degli ultimi ostaggi uccisi da
Hamas e, prima, i pochi rimasti vivi: praticamente 2.000 in cambio di
circa una quarantina. Ebrei
e non.
Sempre all’epoca, tra gli altri palestinesi coinvolti nell’accordo,
insieme a Sinwar, c’era Wafa,
un’aspirante kamikaze che aveva preso di mira proprio l’ospedale
israeliano che le aveva salvato la vita.
Wafa,
nata Wafa Samir Ibrahim al-Biss nel 1984, era solo una bambina quando
si rovesciò addosso una pentola di acqua bollente, rimanendo
ustionata in modo gravissimo ovunque sul corpo, tranne che sul viso.
Curata all’ospedale Al Shifa di Gaza venne poi portata d’urgenza
in Israele, presso l’ospedale Soroka di Beersheva, dove gli
israeliani curavano anche persone provenienti da Gaza (COME
SARA’ AMMESSO, PIU’ TARDI, DALLA STESSA DONNA).
Dopo
essere stata curata per anni in Israele, Wafa tornò a Gaza con uno
speciale “pass sanitario” per poter entrare e uscire da Israele,
al fine di continuare le sue terapie di supporto, cosa a cui
pochissime persone a Gaza potevano ambire. Sapendo ciò durante la
Seconda Intifada (inizio/metà anni 2000) venne reclutata per
diventare una “martire volontaria”. Una
caratteristica tipica di quel conflitto fu il numero particolarmente
elevato di bambini e adolescenti palestinesi usati come kamikaze.
Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa) le diedero tre possibili
obiettivi: un autobus di linea, un caffè in un centro storico o
l’ospedale che l’aveva curata. Lei
scelse l’ospedale che l’aveva curata e le aveva salvato la vita.
Ecco
un altro errore commesso dall'occidente: credere che dare ai gazawi
valanghe di aiuti, finanziamenti e magari concessioni territoriali li
avrebbe resi grati al mondo, prosperi e disponibili alla convivenza
con Israele. Non è così perché i
musulmani credono fondamentalmente che sia necessario e OBBLIGATORIO,
per loro, spazzare via l’unica nazione ebraica attualmente
esistente al mondo.
Wafa
quindi si prepara per il compito scelto e arriva al posto di blocco.
Esiste il video di lei che arriva al checkpoint per entrare in
Israele indossando il suo giubbotto esplosivo ma gli agenti,
insospettiti, scoprono che ha una bomba. Lei allora cerca di farla
esplodere, ma il detonatore non funziona. Viene arrestata e rinchiusa
in prigione. Dopo l’arresto, Wafa
implora clemenza
sostenendo di “non aver ancora
ucciso nessuno”. Viene riconosciuta ma gli israeliani non
sospendono le cure terapeutiche che deve comunque portare avanti; la
aiutano permettendole di avere un’istruzione e conseguire una
laurea.
Dal
carcere Wafa difende con convinzione le sue azioni al servizio della
jihad islamica. «Il mio sogno era diventare una martire», urlò ai
giornalisti il 21 giugno 2005. «Credo nella morte. Volevo farmi
esplodere in un ospedale, magari proprio quello in cui ero stata
curata. Ma dato che molti
arabi vengono curati lì,
ho deciso che sarei andata in un altro, forse il Tel Hashomer, vicino
a Tel Aviv. Volevo
uccidere 20, 50 ebrei… anche bambini, non importa, basta che siano
ebrei».
Alla
domanda se avrebbe mai tentato di nuovo di portare a termine una
missione del genere se ne avesse avuta l’occasione, rispose senza
esitazione: «Certo. Perché no? È una cosa onorevole e, se potessi,
diventerei una martire per tre volte. Il
mio sogno è solo diventare una martire»,
disse in un’altra occasione, «ma Dio non me lo ha concesso».
Nell'ottobre
2011 Wafa è una dei 1.027 terroristi e militanti palestinesi
incarcerati rilasciati da Israele nell’ambito di uno scambio di
prigionieri in cambio del soldato rapito Gilad Shalit. Arrivata a
casa, a Gaza, gira per le scuole locali istruendo i bambini: «Spero
che seguirete lo stesso percorso che abbiamo intrapreso noi e, se
Dio vorrà, vedremo alcuni di voi diventare martiri»,
disse a una folla di alunni delle scuole elementari palestinesi
venuti ad acclamarla. In risposta, i bambini cantarono: «Daremo le
nostre anime e il nostro sangue per riscattare i prigionieri. Daremo
le nostre anime e il nostro sangue per te, Palestina». «Continueremo
la nostra lotta», aggiunse Wafa, «…gli arresti non ci
dissuaderanno dalle nostre battaglie e dalla ferma volontà di
cancellare l’arroganza sionista nella terra di Palestina». La
madre di Wafa, Salma Shubeyr disse ai giornalisti «La
jihad è
la jihad, è una cosa onorevole. Sono orgogliosa di lei».
Un
noto giornalista americano, Leland Vittert, convinto democratico,
pensò di andarla a intervistare a Gaza. Vittert arriva a Gaza
portando con sé il video del tentato attentato a Erez, glielo mostra
e le chiede cosa pensi, guardando a distanza di tempo quel fatto. Lei
risponde: «Oh, penso
di aver quasi assaporato il paradiso».
Vittert insiste e chiede: «Ma lo rifaresti?» Wafa risponde senza
esitazione: «Assolutamente sì, senza dubbio. Questa è la mia
vocazione nella vita». L’americano prova a dire: «Queste persone
ti hanno curato, ti hanno salvato la vita e hai cercato di farle
saltare in aria. Ti hanno curata, istruita e ora hai la possibilità
di rifarti una vita qui a Gaza, e tu vorresti farle saltare in aria?»
Lei risponde nuovamente: «Assolutamente sì. Sono
infedeli. Sono malvagi. Sono nemici».
Il
popolo ebraico deve affrontare ogni giorno in ogni angolo del mondo i
fanatici che sono maggioranza tra i gazawi. Chi grida al genocidio
per mascherarne un altro tanto desiderato e pianificato che
potrebbe
diventare realtà in un attimo se solo Israele cessasse di tenere
alta la guardia e di combattere per la propria sopravvivenza,
dovrebbe tenere presente queste cose.
R.R
https://camera-uk.org/2014/07/11/why-israel-has-been-forced-to-go-to-war-an-op-ed-by-dr-denis-maceoin/
https://www.imra.org.il/story.php?id=38944